Cura.

Me lo sono ripromesso.
Poi ogni tanto mi scappa il dito e zac,
accendo la televisione per trovarmi nel’orrido mondo
delle trasmissioni “politiche”, delle opinioni a perdere,
degli slogan e delle cose irripetibili che si sentono dire,
dalle bande armate del colonnello di hardcore.
Mi sono imposto di non guardare più nulla,
Annozero, Ballarò, L’infedele, Exit.
Perché sono sicuro, dovessero farmi gli esami del sangue,
durante la messa in onda di certe trasmissioni,
alla visione di alcuni ospiti, i valori delle tossine
più pericolose andrebbero alle stelle.
Altro che colesterolo. La visione di Lupi, della Santanché,
della Ravetto, di La Russa ma anche di D’Alema, Veltroni
e di tutta la moltitudine vergognosa che dovrebbe
amministrare questo posto, è tossica come il plutonio.
Meglio un bel film. Un libro. Un disco.
Andare a letto. Fare l’amore. Grattarsi.
Non è una resa, ma una cura.

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La merda.

Ho sempre sostenuto che dietro la réclame dei Rotoloni Regina, vi fosse una metafora (inconscia?) del “mondo-di-merda” che, tutti noi, esseri sensibili ci accorgiamo di abitare, quotidianamente. Perché il mondo è popolato da uomini e questi defecano, non solo attraverso l’ano.
Riversiamo tonnellate di merda quotidiana, destinata a fogne, quotidiani, telegiornali, posti-di-lavoro, città, strade, supermercati, scuole, università, famiglie, parlamenti, chiese.
Insomma, l’uomo produce merda. Ed il rotolone che corre per le strade del mondo, inseguito da noi, gioiosi produttori, è sublime catarsi del genere umano e perfetta fotografia del suo fine ultimo.

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Disease Of Conceit.

There’s a whole lot of people suffering tonight from the disease of conceit
Whole lot of people struggling tonight from the disease of conceit
Comes right down the highway straight down the line
Rips into your senses through your body and your mind
Nothing about it that’s sweet
The disease of conceit.

There’s a whole lot of hearts breaking tonight from the disease of conceit
Whole lot of hearts shaking tonight from the disease of conceit
Steps into your room eats into your soul
Over your senses you have no control
Ain’t nothing too discreet about the disease of conceit.

There’s a whole lot of people dying tonight from the disease of conceit
Whole lot of people crying tonight from the disease of conceit
Comes right out of nowhere and you’re down for the count
From the outside world the pressure will mount
Turn you into a piece of meat
The disease of conceit.

Conceit is the disease that the doctors got no cure
They’ve done a lot of research on it but what it is they’re still not sure

There’s a whole lot of people in trouble tonight from the disease of conceit
Whole lot of people seeing double tonight from the disease of conceit
Give you delusions of grandeur and evil eye
Give you the idea that you’re too good to die
Then they bury you from your head to your feet
From the disease of conceit.

B.Dylan

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150 anni.

Siamo vecchi.

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Don’t think twice, it’s all right.

It ain’t no use in turnin’ on your light, babe
That light I never knowed
An’ it ain’t no use in turnin’ on your light, babe
Ìm on the dark side of the road
Still I wish there was somethin’ you would do or say
To try and make me change my mind and stay
We never did too much talkin’ anyway
So don’t think twice, it’s all right

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23.32

Musica in cuffia. Sono con l’ultimo dei Radiohead, King of Limbs. Uscito oggi. Non dico come mi sembra il disco. Direi cazzate. Ci vuole tempo, per opere di gente così. Oggi invece esce qualcosa, e dopo due giorni, pronta, la recensione del Luzzato di turno. Si brucia tutto. Come fosse benzina.
Ora parte Give Up The Ghost. Settima di otto.

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Comincio con Carmelo.

Si. Riporto. Cito. Lo “faccio” mio.

La vita, comunque, è citare; eccitarsi nel farlo. Lo studio è una citazione continua.

Gli esami. Anche le “proprie” elaborazioni lo sono.

L’erotismo è una citazione. Essere padri.

Si citano modelli. Ci si appende.

Siamo continuamente trapassati da altri.

Restano meravigliose cicatrici.

*

Copio e incollo qui sotto, alcuni “momenti” di Carmelo Bene, meraviglioso attore del pensiero.

Sono tratti (anche) da una sua -rara- uscita televisiva. Due speciali del Maurizio Costanzo Show,

del 994 e 995, dove egli, trapassato -appunto- da molteplici spiriti, Si lasciò narrare,

in uno sproloquio geniale. Dai più non esattamente colto.

Qualcuno ne ha fatto tesi di laurea.

Qualcun altro, ha sparso i file di quei filmati nella rete.

Resta comunque, una meravigliosa cicatrice.

*

“Io sono già dimenticato, meglio ancora ignorato, in vita. Mi hanno promesso a Otranto i funerali da vivo. Non c’è bisogno di consegnare un cadavere in pubblico per meritare la dimenticanza.”

“L’intrattenimento ormai è demandato alle casalinghe, traslocate dal bordello domestico a quello televisivo.”

“Un grande artista, se davvero se ne sbatte dell’arte, lasciandola a quello che è, ingloriosa defecazione, si pone per quello che è, un pericolo pubblico, un criminale. In questo senso, sono stato, sono un criminale. Ho sempre cercato il mio patibolo. Il cemento delle teste vuote contro cui andarmi a disintegrarmi. Mai cercando il sociale.”

“Sono apparso alla Madonna.”

“I giornalisti sono impermeabili a tutto. Arrivano sul cadavere caldo, sulla partita, a teatro, sul villaggio terremotato, e hanno già il pezzo incorporato. Il mondo frana sotto i loro piedi, s’inabissa davanti ai loro taccuini, e tutto quanto per loro è intercambiale letame da tradurre in un preconfezionato compulsare di cazzate sulla tastiera. Cinici? No frigidi.”

“È ora di cominciare a capire, a prendere confidenza con le parole. Non dico con la Parola, non col Verbo, ma con le parole; invece il linguaggio vi fotte. Vi trafora. Vi trapassa e voi non ve ne accorgete. Voi sputate su Einstein, voi sputate sul miglior Freud, sull’aldilà dei principi di piacere; voi impugnate e applaudite l’ovvio, ne avete fatto una minchia di questo ovvio, in cambio della vostra. Ma io non vi sfido: non vi vedo!”

“È tutta la vita che tolgo di scena il burattino, l’incubo di un pezzo di legno che ci si ostina a voler farcire con carne marcia. Precipitare nell’umano – che parola schifosa – questa è la disavventura. Gli anatomisti gridano al miracolo quando parlano del corpo umano. Ma quale miracolo?! Un’accozzaglia orrenda, inutilmente complicata, piena di imperfezioni e di cose che si guastano.”

“Il corpo implora il ritorno all’inorganico. Nel frattempo non si nega nulla.”

“Il mio epitaffio potrebbe essere quel passaggio di Sade: mi ostino a vivere perché “Anche da morto io continui a essere la causa di un disordine qualsiasi.”

Infine:

“Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può. Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento.”

* * *

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